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“EBBI FAME E MI DESTE DA MANGIARE” luoghi, principi e funzioni della charitas veneziana, 1260-1806

SALUTI E INTRODUZIONE

Giuseppe Dal Ben | DIRETTORE GENERALE ULSS 12 VENEZIANA
Mario Po’ | POLO CULTURALE E MUSEALE SCUOLA GRANDE DI SAN MARCO

Presiede: Reinhold Mueller | UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA

Pane e pietre. La politica assistenziale delle Scuole Grandi veneziane, XV-XVIII secolo”

Gianmario Guidarelli | UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA

Dal pane al denaro. Carità in natura e carità in moneta alla Scuola Grande di San Marco in età moderna.

Isabella Cecchini | UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA

Le Scuole Grandi nello sguardo degli artisti e viaggiatori forestieri del Seicento. L’esempio di Joseph Heintz il Giovane

Julia Niewind | UNIVERSITÄT TRIER

Le Scuole Grandi e la carità veneziana durante e dopo la soppressione napoleonica (1806)

Nora Gietz | INDEPENDENT SCHOLAR

Charitas e Virgo lactans. Nutrire d’amore e di sapienza

Maria Bergamo | UNIVERSITÀ IUAV DI VENEZIA

Carità patrizia alla Scuola Grande di San Marco. Il caso di Tommaso Morosini

Gabriele Matino| POLO CULTURALE E MUSEALE SCUOLA GRANDE DI SAN MARCO

Doni di zucchero e liberalità patrizia nel Rinascimento

Matteo Casini| SUFFOLK UNIVERSITY BOSTON

A cena con la carità: inviti alla misericordia nei Conviti di Paolo Veronese

Thomas Dalla Costa| UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI VERONA

Questa iniziativa rientra nel programma 2015 delle attività della Scuola Grande di San Marco.

Comitato scientifico:
Gabriele Matino| POLO CULTURALE E MUSEALE SCUOLA GRANDE DI SAN MARCO Reinhold Mueller| UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI VENEZIA
Mario Po’| POLO CULTURALE E MUSEALE SCUOLA GRANDE DI SAN MARCO

Per informazioni ed iscrizioni, e-mail:
scuolagrandesanmarco@ulss12.ve.it
Tel. 041 5294323
INGRESSO LIBERO ISCRIZIONE GRADITA TRAMITE E-MAIL

SCUOLA GRANDE DI SAN MARCO Castello, 6777 - Venezia
La Scuola Grande di San Marco è patrimonio culturale della Ulss 12 Veneziana

Venezia | 18 settembre 2015
Sala San Domenico del Polo Culturale e Museale della Scuola Grande di San Marco
www.scuolagrandesanmarco.it

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In questa giornata di studi si intende ridiscutere le funzioni e i significati della charitas veneziana alla luce delle matrici ideologiche e socio-culturali che ispirarono le politiche di sussidio alimentare verso i poveri della città: dai principi religiosi e norme sociali che caratterizzarono la distribuzione del cibo nelle scuole gradi; ai luoghi in cui tale distribuzione avveniva e le regole che la disciplinavano; alla percezione di questo modello assistenziale da parte di osservatori stranieri; ai valori morali, civili e religiosi che ispirarono la liberalità dell’élite patrizia dentro e fuori le scuole; fino alle diverse rappresentazioni visive della charitas e alle funzioni ad esse affidate dalla committenza.
L’obbiettivo di questo incontro è di individuare nel modello veneziano – per quanto eterogeneo e spesso lasciato all’iniziativa individuale – i principi storici, etici e morali da porre alla base della discussione di uno dei temi ispiratori della Carta di Milano e di Expo Milano 2015: “il diritto al cibo come diritto umano fondamentale”. È dunque attraverso la rilettura della carità alimentare veneziana che si vuole contribuire all’affermazione di un diritto che, per molti versi, risulta al giorno d’oggi ancora largamente disatteso.

Giuseppe Dal Ben
DIRETTORE GENERALE ULSS 12 VENEZIANA

 

Gianmario Guidarelli / Università degli Studi di Padova
Pane e pietre. La politica assistenziale delle scuole grandi veneziane, XV-XVIII secolo

Le Scuole Grandi veneziane, nel corso del XV e XVI secolo, si erano ingrandite a tal punto da essere considerate come delle piccole “repubbliche” interne alla città. Questa tesi, sostenuta da  Gasparo Contarini e da Francesco Sansovino, descrive un organismo sociale dove i cittadini non nobili, estromessi dal controllo politico dell’organismo statale dalla fine del XIII secolo, potevano esercitare un potere che ricalcava nell’organizzazione istituzionale, nella gestione delle finanze e pure nei suoi riti, l’attività pubblica della classe patrizia. Una delle più importanti opere assistenziali di cui le Scuole Grandi si fecero carico fin dall’inizio fu la costruzione e la gestione di un ingentissimo patrimonio immobiliare. Si trattava di una grande varietà di tipi immobiliari, da semplici appartamenti singoli, sino a complessi edilizi completi che occupavano intere insule della città. Ma le Scuole Grandi si erano assunte l'onere di una complessiva opera di sostegno alla povertà nel segno di una "assistenza integrale" che andava dal sostegno alimentare a quello finanziario (elemosine e doti), sanitario e spirituale; una rete assistenziale, calata sulla città, e che ne condiziona profondamente la stessa struttura e la imago urbis.


Isabella Cecchini / Università Ca' Foscari di Venezia
Dal pane al denaro. Carità in natura e carità in moneta alla Scuola Grande di San Marco in età moderna

Negli anni Sessanta del Cinquecento la Scuola Grande di San Marco riusciva a dotare i propri poveri con un quantitativo imponente di farina e vino grazie ai lasciti disposti dalle commissarie della Scuola. Carboidrati e vino, integrati da sardine e cipolle, costituivano l’ossatura della dieta di lavoratori e artigiani a Venezia in età moderna, e gli otto poveri vecchi affidati alle cure caritatevoli della Scuola nel 1562 ricevevano anch’essi due piccoli pani al giorno e una brocca d’acqua. La farina e i suoi prodotti costituivano un potente strumento pratico e simbolico di carità. Gli addetti alla Scuola ne richiedevano il dono alla fine del loro mandato annuale, e donativi in forma di pane continuavano a richiedere anche contro le leggi guardiani e musicisti in occasione di precise festività. I decenni a cavallo tra Cinque e Seicento segnarono tuttavia un periodo di forte rialzo nei prezzi dei cereali. Fu forse questo elemento a far abbandonare la pratica del donativo in natura sostituendola con un regalo in denaro, tanto che nel corso del Seicento la pratica del dono in forma di farina venne praticamente abbandonata. Utilizzando il caso della Scuola di San Marco questo contributo intende dunque evidenziare le connessioni tra inflazione e forme di carità in età moderna.


Julia Niewind / Universität Trier
Le Scuole Grandi nello sguardo degli artisti e viaggiatori forestieri. L’esempio di Joseph Heintz il Giovane, pittore tedesco

Le cerimonie, processioni e feste della Serenissima Repubblica, in cui le Scuole Grandi svolgevano un ruolo civico e sociale di cruciale importanza, sono aspetti centrali della letteratura di viaggio seicentesco. In questa produzione si distingue il lavoro di Joseph Heintz il Giovane (1600-1678), originario di Augusta in Bavaria e protagonista indiscusso della pittura festiva veneziana del Seicento. Sulla base dei dipinti del pittore tedesco, nonché dei libri e diari scritti da altri viaggiatori stranieri, in questo intervento verrà analizzata la percezione delle Scuole – delle loro sedi sontuose così come delle loro attività caritatevoli – da parte dei molti foresti che affollavano la Serenissima del tempo.

 

Nora Gietz / Independent Scholar
Le Scuole Grandi e la carità veneziana durante e dopo la soppressione napoleonica (1806)

Il concetto della caritas veneziana subisce una radicale trasformazione durante il governo napoleonico del Regno d’Italia (1806-14), quando le scuole grandi vengono soppresse con il decreto imperiale del 25 aprile 1806. I documenti riguardanti l’offerta del ripristino delle pie istituzioni caritatevoli nell’estate dello stesso anno dimostrano come il concetto della caritas veneziana, nato nel medioevo, era sopravvissuto nei secoli. I verbali dei discorsi dei guardian grandi ai confratelli testimoniano in modo particolare la confusione, la tristezza e la delusione popolare causate dalle nuove realtà politiche e sociali. Con il progressivo peggiorare in quegli anni della situazione economica a causa della guerra e della disintegrazione delle dinamiche sociali ed economiche della Serenissima, Napoleone dedica più articoli della sua legge speciale per Venezia del 7 dicembre 1807 al sollievo della povertà, istituendo la Congregazione della Carità. Gestita dal governo centrale a Milano, la concezione strettamente cristiana e veneziana della carità finisce con lo sparire quasi del tutto. 


Maria Bergamo / Università IUAV di Venezia
Charitas e Virgo lactans. Nutrire d'amore e di sapienza

Sebbene San Paolo indichi la Carità come la più importante delle virtù, la sua raffigurazione conosce un’evoluzione complessa: proprio il suo variare lungo i secoli dell’iconografia cristiana esprime non solo le differenti accezioni teologiche e devozionali, ma anche la società che in quella figura riconosce l’immagine dell’Amore più sublime. Nel XV secolo, in accordo con la tradizione, sull’arco di ingresso della Scuola Grande di San Marco troneggia la statua della Carità come donna che stringe e allatta dei bambini.
L’idea della Carità come nutrimento materno trova la sua genesi in riferimenti eterogenei: se nella sua postura si riconosce l’antica Pietas, nel suo significato profondo si avvicina all’iconografia della Virgo Lactans. Archetipo della relazione affettiva primaria, la Vergine Madre che con il suo seno cresce e cura il Dio-Uomo è Colei che intercede per tutti i suoi figli, è la Chiesa stessa che nutre i suoi fedeli. Ma è anche il latte e miele della Terra Promessa, la Parola ingoiata dal profeta, il “non solo pane” di cui vive l’uomo, la memoria eucaristica del “prendete e mangiatene tutti”, gli ubera Christi da cui sgorga il Vangelo di Haimo di Auxerre, il latte dolce della sapienza nella bocca di San Bernardo. Per la bocca passa il “sapore-sapere” come simbolo della conoscenza dell’amore divino: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 34,9).


Gabriele Matino / Polo Culturale e Museale Scuola Grande di San Marco
Carità patrizia alla Scuola Grande di San Marco. Il caso di Tommaso Morosini

Buona parte della critica ha da tempo messo in evidenza l’aspetto utilitaristico della caritas di età moderna, ovvero i limiti di un sistema assistenziale in cui le folle di indigenti svolgevano un ruolo direttamente funzionale alle esigenze delle élite. Numerosi studiosi hanno infatti posto l’accento sull’utilità spirituale del povero, il cui persistente stato di indigenza era inteso come fatto necessario alla salvezza spirituale del ricco benefattore. Per alcuni la situazione veneziana non faceva eccezione, tanto che di recente Dennis Romano ha proposto di interpretare il rapporto tra benefattori e beneficiati in funzione di una “reciprocità simbiotica” il cui fondamento si basava proprio sul mantenimento dello status quo. In questo intervento si intende mettere alla prova la tesi di Romano prendendo in esame il caso particolare di Tommaso Morosini, un nobile membro della Scuola Grande di San Marco che nel 1535 istituì un fondo perpetuo destinato a sfamare centinaia di poveri confratelli. Il fine è quello di discutere quali fossero le intenzioni dei nobili che si curavano del bene materiale dei poveri delle scuole veneziane. È possibile che lo scopo delle loro elemosine andasse oltre il precetto evangelico finendo, paradossalmente, per beneficiare più il benefattore che il beneficiato? In altri termini, quale era l’ideologia che animava la carità delle classi più abbienti e quale l’effetto concreto che essa aveva sulla condizione dei tanti indigenti veneziani?


Matteo Casini / Suffolk University Boston
Doni di zucchero e liberalità patrizia nel Rinascimento

La comunicazione metterà in luce, attraverso soprattutto le testimonianze di leggi suntuarie e cronache, come fra 4 e ‘500 un prodotto di costo notevole come lo zucchero venga distribuito alle classe inferiori in occasioni cerimoniali sia private che pubbliche. Almeno a partire dal 1473 emerge la consuetudine di donare raffinati dolciumi o avanzi di zucchero come segno di liberalità della classe patrizia, sia da parte di adolescenti appartenenti agli strati più alti di tale classe, sia da parte di rappresentanti governativi durante grandi festeggiamenti pubblici. Un duplice canale sembra così svilupparsi: da una parte la liberalità privata, soprattutto giovanile, osteggiata però dalle principali magistrature – Senato e Consiglio dei Dieci – con provvedimenti suntuari dettati da motivazioni economiche e morali; dall’altra quella pubblica, promossa invece come atto positivo, espressione della charitas di Stato.


Thomas Dalla Costa / Università degli Studi di Verona
Un invito alla Carità: scene di misericordia nei Conviti di Paolo Veronese.

Paolo Veronese (1528-1588) è stato un artista denso di significati, in grado di creare un complesso vocabolario espressivo che innestava in ogni sua opera, soprattutto in quelle più complesse. È proprio quando le superfici si fanno più grandi che il suo linguaggio trova un’ideale sublimazione, come nelle scene di banchetto dipinte per le principali chiese conventuali di Venezia. Animate da una miriade di indaffarati personaggi, le Cene veronesiane sono vere e proprie messe in scena in cui ogni personaggio risulta parte attiva, compiendo azioni mai prive di significato. Chi quotidianamente consumava i propri pasti seduto in un refettorio decorato da un suo dipinto, non poteva non leggere all’interno di queste immagini il rimando a una serie di problematiche che erano al centro dei dibattiti teologici, sociali e persino politici dell’epoca.  
Tra i riferimenti inseriti da Veronese nei suoi Conviti, quello alla Carità gioca un ruolo determinante, soprattutto in epoca post-conciliare. Scopo di questo intervento è dunque quello di individuare attraverso quali strategie visive si esprimesse l’esortazione alla misericordia nel linguaggio veronesiano, e il modo in cui esso poteva veicolare i significati rispondendo alle esigenze di comunicazione delle idee dei committenti.

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